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  • Marco Ferreni

L’ importante (non) è partecipare. Il lavoro del Coach

“L’importante non è vincere, ma partecipare” questa frase viene comunemente attribuita a Pierre De Coubertin, fondatore dei moderni Giochi Olimpici a fine 1800. La citazione è in realtà il risultato di una catena di rimandi e travisamenti. Gli allenatori che riportano questa frase dopo una sconfitta non rispettano lo sport, non insegnano i giusti valori al proprio atleta.

Perchè? Faccio un brevissimo passo indietro per spiegare l’ evoluzione della frase.

La travisazione della frase deriva dal discorso agli atleti del vescovo Talbot, durante la terza olimpiade a Londra.

Disse: “L’ importante non è vincere la medaglia, ma partecipare ai giochi, ” I giochi in sè valgono più delle gare e dei premi, San Paolo insegna quanto insignificanti siano i premi”. Evito di dire la mia opinione su questo discorso, errato anche dal punto formale, in quanto la differenza tra gioco e sport sta proprio insita nella competizione tra gli atleti, nel dare il massimo per ottenere il massimo. Non lo dico io, ma tra i più importanti sociologi e filosofi degli ultimi 200 anni.

In realtà il vescovo faceva riferimento ad un filosofo greco, il quale recitava “L’ importante non è vincere, ma partecipare con spirito vincente”. Direi ben diversa l’ interpretazione della frase e il suo significato. Ma torniamo a quello che più ci interessa, Pierre De Coubertein. Il fondatore dei Giochi Olimpici intendeva quanto scriverò sotto, e quanto noi allenatori dovremmo trasmettere agli atleti.

  • Non è importante vincere e basta, fondamentale è lottare per vincere, competere con tutte le proprie forze per raggiungere l’ obiettivo, lottare nel rispetto delle regole.

Secondo Coubertein, questo modo di approcciare alla competizione formerà dei sani, forti e corretti individui. Tanti individui formano la società. Lo sport, inteso in questo modo sarà utile a formare una società migliore nel futuro.

Al contrario, l’ errata interpretazione del vescovo, porta il non assumersi la responsabilità del risultato, fatto grave per un atleta, ma ancora più grave per un allenatore. Sposta il focus dall’ idea che noi siamo gli artefici del nostro destino. Un buon modo per formare una società debole e di perdenti, individui che non si assumono le proprie responsabilità, addossando la colpa a tutto e tutti.

Questo vuol dire educare, questo vuol dire insegnare sport, questo vuol dire formare gli atleti, uomini e donne. Altrimenti, se lo facciamo solo per l’ abbonamento del cliente o il pagamento della lezione PT, non siamo coach, ne istruttori, ne tantomeno maestri. Siamo impiegati, timbriamo il cartellino e aspettiamo il bonifico ogni mese.

Ovviamente nulla di male, senonchè abbiamo in mano la formazione delle nuove generazioni, abbiamo in mano degli individui che ci dedicano (pagando) il loro tempo libero.

Esco un attimo dallo sport per capire la dinamica della responsabilità. Vi è mai capitato di passare la serata a scegliere il film da guardare su Netlix e poi non scegliere? Diverso da quando c’ era solo un film in prima serata su Italia 1 (anni 90)? Dove, se il film era brutto non avevamo responsabilità, la colpa era della programmazione televisiva. Invece ora siamo noi a scegliere il film, di conseguenza se non ci piace, la responsabilità è nostra. Questo, inconsapevolmente ci blocca.

Torno al lavoro di coach, prendiamoci le responsabilità, non incolpiamo organizzatore, arbitro, pochi spettatori, troppi, ecc….cerchiamo di essere meno superficiali possibili. Sappiamo tutti quanto ci costa, in termini di tempo e denaro portare gli agonisti a gareggiare, ma lo abbiamo scelto noi. Prendiamoci questa responsabilità e trasmettiamola ai nostri atleti. Forse avremo un campione, forse no. Ma avremo sicuramente degli uomini e donne vincenti nella vita. Chissà, magari in futuro una società migliore, visto che, vedo nei social lamentarsi tanto di quella attuale.

Speriamo di aprire i centri sportivi il prima possibile, e speriamo in una buona e seria riforma dello sport.


Marco Ferreni

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